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Quando ti costringono ad andare in chiesa.

13/03/2018

Mentre ascoltavo la sua storia compresi l’intrinseca crudeltà di quei versi, che nella mia testa si collegava all’intrinseca crudeltà del culto di Cristo.

Perchè ricordavo bene come i miei nonni mi costringessero ad andare in chiesa. Conducevano la loro tradizionale vita ucraina nella campagna bosniaca, dove i miei genitori mi mandavano a trascorrere le estati lontano da Sarajevo. Io non avrei voluto fare altro che leggere, ma spesso dovevo dare una mano nella fattoria, abbeverare le mucche, oppure andare a recuperare il nonno che non riusciva a trovare la strada di ritorno dai campi. La domenica mattina mi toccava alzarmi alle prime luci dell’alba, mi facevano indossare pantaloni lunghi, camicia bianca e cravatta a clip e andavamo a piedi fino alla chiesa, che si trovava quattro alte colline più a nord. In chiesa soltanto gli anziani potevano sedersi, mentre io dovevo starmene in piedi, assetato, stanco e stufo, i piedi doloranti e il sedere che risucchiava le mutande zuppe di sudore. La cosa peggiore era quell’aria da funerale, quella solennità nauseante: il coro che piagnucolava canzoni di patimenti, crocifissi ovunque, candele che si spegnevano davanti alle icone, il loro fumo che anneriva i muri, le mani dei vecchi che tremavano sui manici dei loro bastoni, i meno vecchi che si inginocchiavano, grugnendo per i dolori articolari. In quella chiesa tutto parlava di morte, la morte asfissiante dal greve mantello, cieca e sorda e in disfacimento. Me la feci addosso svariate volte. (Com’è che le chiese non hanno il bagno? Cristo non ce l’aveva la vescica?) E almeno in un’occasione svenni. Poi ci fu il vomito, e il sangue dal naso, ma sempre nessuna pietà – qualunque sofferenza era insignificante in confronto al ginnasta crocifisso, e nessuno si preoccupava per me.

Aleksandar Hemon – Il progetto Lazarus

bosnia

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