Quando ti costringono ad andare in chiesa.

Mentre ascoltavo la sua storia compresi l’intrinseca crudeltà di quei versi, che nella mia testa si collegava all’intrinseca crudeltà del culto di Cristo.

Perchè ricordavo bene come i miei nonni mi costringessero ad andare in chiesa. Conducevano la loro tradizionale vita ucraina nella campagna bosniaca, dove i miei genitori mi mandavano a trascorrere le estati lontano da Sarajevo. Io non avrei voluto fare altro che leggere, ma spesso dovevo dare una mano nella fattoria, abbeverare le mucche, oppure andare a recuperare il nonno che non riusciva a trovare la strada di ritorno dai campi. La domenica mattina mi toccava alzarmi alle prime luci dell’alba, mi facevano indossare pantaloni lunghi, camicia bianca e cravatta a clip e andavamo a piedi fino alla chiesa, che si trovava quattro alte colline più a nord. In chiesa soltanto gli anziani potevano sedersi, mentre io dovevo starmene in piedi, assetato, stanco e stufo, i piedi doloranti e il sedere che risucchiava le mutande zuppe di sudore. La cosa peggiore era quell’aria da funerale, quella solennità nauseante: il coro che piagnucolava canzoni di patimenti, crocifissi ovunque, candele che si spegnevano davanti alle icone, il loro fumo che anneriva i muri, le mani dei vecchi che tremavano sui manici dei loro bastoni, i meno vecchi che si inginocchiavano, grugnendo per i dolori articolari. In quella chiesa tutto parlava di morte, la morte asfissiante dal greve mantello, cieca e sorda e in disfacimento. Me la feci addosso svariate volte. (Com’è che le chiese non hanno il bagno? Cristo non ce l’aveva la vescica?) E almeno in un’occasione svenni. Poi ci fu il vomito, e il sangue dal naso, ma sempre nessuna pietà – qualunque sofferenza era insignificante in confronto al ginnasta crocifisso, e nessuno si preoccupava per me.

Aleksandar Hemon – Il progetto Lazarus

bosnia

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