
Muchacha en la ventana – Salvador Dalì

Muchacha en la ventana – Salvador Dalì

Tutto qui, dice. La storia è finita. Devo riconoscere che non è un granchè.
Invece era molto interessante, dice lei.
Lui si stringe nelle spalle e si porta il bicchierino vicino alla finestra. Si è fatto scuro, ormai, ma continua a nevicare.
Le cose cambiano, dice lui. Non so bene come, ma cambiano senza che tu te ne accorga o lo voglia.
Sì, questo è vero, solo che… Ma non finisce la frase.
Lei lascia cadere l’argomento. Nel riflesso della finestra lui la vede che si studia le unghie. Poi alza la testa di scatto. Con aria allegra gli chiede se la porta a vedere la città, dopo tutto.
Lui dice: Mettiti gli stivali e andiamo.
Però non si muove dalla finestra, perso com’è nei ricordi. Si erano fatti un sacco di risate. Appoggiandosi l’uno all’altra, avevano riso fino alle lacrime, mentre tutto il resto – il freddo e dove lui sarebbe andato nel freddo – restava di fuori, almeno per il momento.
Raymond Carver – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

I gabinetti delle donne, come sempre, erano quelli conciati peggio. Molte donne, evidentemente, lasciavano gli assorbenti usati sul pavimento degli scompartimenti, e la vista di quegli aggeggi, anche se familiare, mi infastidica, specialmente quando avevo bevuto un po’ e avevo lo stomaco debole. I gabinetti degli uomini erano più puliti, ma d’altra parte gli uomini non avevano bisogno di assorbenti. Almeno potevo lavorare da solo. Non ero molto bravo a pulire i pavimenti. Spesso una cicca o un ciuffetto di capelli restavano in un angolo, bene in vista. Ce li lasciavo. Però ero molto preciso con la carta da culo e i coprisedili: quelli li capivo. Non c’è niente di peggio che farsi una bella cacata e poi stendere la mano e trovare il contenitore della carta igienica vuoto. Anche l’essere più orribile del mondo ha diritto di pulirsi il culo. Mi è capitato di tendere la mano e non trovare la carta igienica, poi di provare con i coprisedile di carta e scoprire che erano finiti anche quelli. Ti alzi, guardi e vedi che anche quello che hai usato tu è caduto dentro. Quella che trovo più soddisfacente è pulirsi il culo con le mutande, buttar dentro anche quelle, tirare lo sciacquone e ingorgare la tazza.
Charles Bukowski – Factotum
Mi assunsero come cuscinetto a sfere extra, così dissero. Il cuscinetto a sfere extra è uno che sta lì a disposizione senza mansioni specifiche. Si suppone che sappia che cosa fare per via di un antico istinto annidato nel profondo pozzo della sua anima. Si suppone che uno sappia per istinto come far filare tutto liscio nel migliore dei modi, come servire la ditta o la Mamma, e prevenire tutti i suoi piccoli desideri, di solito irrazionali, continui e meschini.
Charles Bukowski – Factotum

L’autobus correva lungo una striscia di cemento molto stretta a pelo dell’acqua senza parapetto, niente; tutto lì. L’autista si appoggiava allo schienale e passava rombando su quella stretta striscia di cemento circondata dall’acqua e tutti i passeggeri dell’autobus, venticinque o quaranta o cinquantadue persone si fidavano di lui, ma io no. Ogni tanto c’era un nuovo autista e io pensavo, come li scelgono, questi figli di puttana? L’acqua è profonda su tutt’e due i lati e basta un piccolo errore per andare tutti al creatore. Era ridicolo. Mettiamo che quella mattina avesse litigato con la moglie. O che avesse il cancro. O che vedesse la Madonna. O che avesse i denti cariati. Qualunque cosa. Bastava un niente. Avrebbe potuto impazzire. Buttarci tutti di sotto. Sapevo che se ci fossi stato io, al suo posto, avrei preso in considerazione la possibilità di trascinare tutti in acqua. Mi sarebbe piaciuto. e qualche volta, dopo considerazioni del genere, la possibilità diventa realtà. Per ogni Giovanna d’Arco c’è un Hitler appollaiato dall’altra estremità dell’altalena. La vecchia storia del bene e del male. Ma nessuno di quegli autisti ci buttò mai di sotto. Pensavano soltanto alle rate della macchina, alla partita di baseball, al taglio dei capelli, alle ferie, ai clisteri, alle domeniche in famiglia. In quel branco di merdosi non c’era nemmeno un vero uomo. Arrivavo sempre al lavoro con la nausea ma sano e salvo. Il che dimostra che Schumann era più relativo di Shostakovich…
Charles Bukowski – Factotum

La tomba della famiglia Clutter, quattro fosse riunite sotto un’unica lapide, si trovano all’estremità del cimitero, oltre gli alberi, esposte al sole, quasi sul bordo lucente di un campo di grano. Mentre vi si avvicinava, Dewey vide che c’era già un altro visitatore: una ragzza esile con dei guanti bianchi, una liscia cascata di capelli color miele scuro e lunghe gambe eleganti. Gli sorrise e lui si chiese chi fosse.
Truman Capote – A sangue freddo
I vari tipi di pubblico di cui avevo fatto parte fino a quel momento avevano pagato per divertirsi e, sebbene occasionalmente si potesse scorgere un bambino irrequieto o un adulto che sbadigliava, non avevo mai notato visi contorti dalla rabbia o dalla disperazione o dalla frustrazione. L’intrattenimento come dolore era un’idea che mi giungeva del tutto nuova, e sembrava essere qualcosa che stavo da tempo aspettando.
[...]
Fare il tifo per una grande squadra comporta un’amarezza di fondo, e non puoi far nient’altro che conviverci e accettare che il calcio professionistico debba essere amaro per poter significare qualcosa.
Febbre a 90′ – Nick Hornby
A ovest, per tutta la notte, lampi ramificati scaturiti dal nulla tremarono dietro i cumulinembi di mezzanotte, illuminando a giorno il deserto lontano di una luce bluastra, e contro l’orizzonte balenante le montagne si stagliavano dure e nere e livide, distanti e aliene come terre la cui vera geologia non era la pietra ma la paura. Il tuono si avvicinava da sudovest e i lampi illuminavano il deserto tutt’intorno, azzurro e desolato, grandi distese rumoreggianti che emergevano dal buio assoluto come regni demoniaci chiamati a raccolta o come terre create dalle fate che al sorgere del giorno non avrebbero lasciato dietro di sé né traccia né fumo né rovine, proprio come gli incubi.
Meridiano di Sangue – Cormac McCarthy

Il vino continuava a scorrere e Jon-Luc continuava a parlare.
Caddi in uno dei miei patetici periodi di chiusura. Spesso, con gli esseri umani, buoni e cattivi, i miei sensi semplicemente staccano, si stancano: lascio perdere. Sono educato. Faccio segno di sì. Fingo di capire, perchè non voglio ferire nessuno.
Questa è la debolezza che mi ha procurato più guai. Cercando di essere gentile con gli altri spesso mi ritrovo con l’anima a fettucce, ridotta a una specie di piatto di tagliatelle spirituali.
C. Bukowski – Hollywood, Hollywood!
Se la situazione della nostra civiltà contemporanea fa disperatamente schifo, è insulsa, materialistica, emotivamente ritardata, sadomasochistica e stupida, allora qualunque scrittore può sfangarla creando alla bell’e meglio storie piene di personaggi stupidi, superficiali, emotivamente ritardati, e non ci vuole molto, perchè quel genere di personaggi non richiede nessuno sviluppo. O descrizioni che siano semplici liste di prodotti di marca. Romanzi in cui gente stupida si dice cose insignificanti. Se quello che ha sempre contraddistinto la cattiva scrittura – la piattezza dei personaggi; un mondo narrativo fatto di cliché e non riconoscibile come umano – è anche ciò che contraddistingue il mondo di oggi, allora un brutto romanzo diventa una geniale mimesi di un brutto mondo. Se i lettori credono semplicemente che il mondo sia stupido, superficiale e cattivo, allora uno come Bret Easton Ellis può scrivere un romanzo cattivo, stupido e superficiale che diventa un ironico e tagliente ritratto della bruttura del mondo che ci circonda. Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi bui, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che mettere in scena il fatto che sia tutto buio e stupido? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana.
Non parlo di soluzioni nel campo della politica convenzionale o dell’attivismo sociale. Il campo della letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa cazzo voglia dire sentirsi un essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci sono cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l’altra metà è mettere in scena il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo. Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. Non sto cercando di seguire le orme di Tolstoj o di John Gardner. Penso solo che la letteratura che non esplora quello che significa essere umani oggi non sia arte. Abbiamo tanta narrativa “di qualità” che ripete semplicemente all’infinito il fatto che stiamo perdendo sempre più la nostra umanità, che presenta personaggi senz’anima e senza amore, personaggi la cui descrizione si può esaurire nell’elenco delle marche di abbigliamento che indossano, e noi leggiamo questi libri e diciamo: “Wow, che ritratto tagliente ed efficace del materialismo contemporaneo!”. Ma che la cultura americana sia materialistica lo sappiamo già. E’ una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante. Ciò che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l’idea che il presente sia grottescamente materialistico, cercare di capire questo: come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo? E queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?
David Foster Wallace – Brevi interviste con (da La ragazza dai capelli strani)